Il crepitio del colore con la possenza della sua forza evocativa afferra in gesti incensurabili e fecondi orgiastici colori che nei loro ritmi danno vita a quel forminformalismo di cui Bevilacqua è precursore. Forme informi che nella loro dicotomia verbale si fondono prontamente nell’anima colorata del pittore…grazie al quale segni sparsi ed eterogenei copulano e le cromie si scontrano e si assemblano in unità:è l’amore la radice prima dell’espressione…è questo gioco del diaframma cromatico che lascia dialogare le forme nella ricomposizione intuitiva di spazi che non esita a ritagliare sulla scia di un informale dinamico sferico e volumetrico che attraverso il vibro del pennello immette in un’atmosfera ricca di fughe prospettiche.
Impasti graffiati e distesi su svariati superfici dai forti accenti timbrici e dagli spessori ed intrighi materici insistentemente carezzevoli fanno delle sue opere un capolavoro d’arte senza “confini” che ‘aggredisce’le sensazioni e che non esita a farlo diventare a tratti giocoliere del linguaggio formale o equilibrista precario e definitivo insieme con smagliature e colori individuali.
Il senso connettivo della sua spazialità è l’hypnotic poison che trova giustificazione nell’istintivo e bruciante desiderio di “scavare” dei motivi carpiti dal cuore pulsante dell’estrosità bevilacquana che allaccia e slaccia a suo piacere forme dalla novità dialettica eslege laddove materia e spirito si fungono in un opus alchemico.
Ambizioso artisticamente Remo Bevilacqua denuncia attraverso la sua espressività visiva il conformismo artistico mettendo in evidenza il talento tsunamico che manifesta mediante una pittura a volte anche dai pigmenti marcati ma che porta l’osservatore ad un passo dalle sue opere, spazio del cosmo in cui alcune figure – a volte perdute anche tra colori sovraesposti ed esibizioni volumetriche - scontano la frantumazione della condizione emotiva odierna in un viaggio colorato che si snoda tra passione e sentimento in uno svecchiamento dell’action painting…è una pittura green.
Gianrocco Guerriero 2009
FORMINFORMALISMO: IL MANIFESTO DELL'ARTE PITTORICA DI REMO BEVILACQUA
IL FORMINFORMALISMO NELL'ARTE PITTORICA DI REMO BEVILACQUA (ED IL SORRISO DEL GATTO IN "ALICE NEL PAESE DELLE MARAVIGLIE")
In "Alice nel paese delle meraviglie", Lewis Carrol ad un certo punto descrive un gatto il quale pian piano scompare lasciando di sè visibile, per un po' di tempo ancora, soltando il "sorriso". Dopodicchè, la ragazza precipitata d'un tratto (per aver istintivamente inseguito un coniglio parlante) in un mondo dove tutte le leggi fisiche date per scontate sembrano esser stravolte, osserva fra sè e sè: "Beh! Mi è capitato spesso di vedere un gatto senza sorriso, ma un sorriso senza gatto! E' la cosa più curiosa che abbia visto in vita mia!". Ecco, penso che non esista metafora migliore di questa attinta dalla suggestiva opera del matematico-scrittore inglese dell'800 per sintetizzare l'essenza della "filosofia" che sta alla base della complessa opera di Remo Bevilacqua, pittore lucano residente a Policoro. "Forminformalismo", è il nome che egli ha voluto dare alla sua originale maniera di esprimersi, premurandosi di fissarne le basi teoriche (come si è soliti fare quando si ambisce a tentare una esegesi del mondo) in una sorta di "manifesto". Il concetto di "non-forma", inteso come "negazione assoluta della forma" non ha senso - sembra voler trasmettere Bevilacqua -; altrimenti del significato profondo dell'arte si andrebbe a perdere la parte più importante. Come dire, traslando il problema in campo filosofico, che il "non essere" è inconcebile, in quanto il solo nominarlo, oltre a far emergere un ambiguo limite lo renderebbe "qualcosa" di autocontraddittorio, che "c'è" e "non c'è" allo stesso tempo. In sintesi, per il giovene artista (e "figlio d'arte), che va a convalidare l'intuizione schopenhauriana per cui un certo genere di talento s'eredita principalmente da parte materna) la "forma" è quel che, degli oggetti e del mondo in genere, ci appare "di volta in volta"; dunque, tutto quanto ricade sotto la categoria della temporalità. L'"informe", invece, è "ciò che non è razionalmente definibile"; e "quell'essenza" (altrimenti detta "realtà fondamentale") delle cose che può fungere da sintesi in ogni "cambiamento": o - detto in altri termini - da "punto fermo" inconoscibile razionalmente, di quelle che egli chiama "metamorfosi": ovvero, un susseguirsi di "immagini" (di qui, l'importanza del disegno, nel suo "modus operandi") le quali restituiscono aspetti sempre parziali, ma significativi, di ciò che non sarebbe altrimenti esprimibile nella sua reale natura affatto olistica. Cosicchè, le "forme informi", volendo essere un po' altisonanti, rappresentano quasi uno sguardo sul presente (fluido, inafferrabile frontiera di separazione fra passato e futuro) gettato dell' "eternità". Ma ritorniamo, ora, all'incipit di questa breve analisi. Ebbene, chiediamoci: cos'è un sorriso? Di certo non è una "bocca che sorride"; quest'ultima, assimilabile a mera forma. Un "sorriso" è certamente qualcosa di più astratto e fondamentale: una "non-forma", appunto, nell'eccezione in cui Remo Bevilacqua intende tale termine, che - lo ripeto - sta a designare un "quid" non identificabile attraverso le mere leggi della logica, ma tuttavia indispensabile ai fini di una comprensione asaustiva del mondo, alla quale si può giungere solo attraverso i territori inesplorati dell'arte. La "forma-non forma" può essere dunque definita, in estrema sintesi, il "sorriso" che la forma lascia dietro di sè quando scompare. Bevilacqua, il quale ha già ottenuto numerosi riconoscimenti della critica che conta, sta attualmente lavorando all'allestimento di una mostra.
IL FORMINFORMALISMO NELL'ARTE PITTORICA DI REMO BEVILACQUA (ED IL SORRISO DEL GATTO IN "ALICE NEL PAESE DELLE MARAVIGLIE")
In "Alice nel paese delle meraviglie", Lewis Carrol ad un certo punto descrive un gatto il quale pian piano scompare lasciando di sè visibile, per un po' di tempo ancora, soltando il "sorriso". Dopodicchè, la ragazza precipitata d'un tratto (per aver istintivamente inseguito un coniglio parlante) in un mondo dove tutte le leggi fisiche date per scontate sembrano esser stravolte, osserva fra sè e sè: "Beh! Mi è capitato spesso di vedere un gatto senza sorriso, ma un sorriso senza gatto! E' la cosa più curiosa che abbia visto in vita mia!". Ecco, penso che non esista metafora migliore di questa attinta dalla suggestiva opera del matematico-scrittore inglese dell'800 per sintetizzare l'essenza della "filosofia" che sta alla base della complessa opera di Remo Bevilacqua, pittore lucano residente a Policoro. "Forminformalismo", è il nome che egli ha voluto dare alla sua originale maniera di esprimersi, premurandosi di fissarne le basi teoriche (come si è soliti fare quando si ambisce a tentare una esegesi del mondo) in una sorta di "manifesto". Il concetto di "non-forma", inteso come "negazione assoluta della forma" non ha senso - sembra voler trasmettere Bevilacqua -; altrimenti del significato profondo dell'arte si andrebbe a perdere la parte più importante. Come dire, traslando il problema in campo filosofico, che il "non essere" è inconcebile, in quanto il solo nominarlo, oltre a far emergere un ambiguo limite lo renderebbe "qualcosa" di autocontraddittorio, che "c'è" e "non c'è" allo stesso tempo. In sintesi, per il giovene artista (e "figlio d'arte), che va a convalidare l'intuizione schopenhauriana per cui un certo genere di talento s'eredita principalmente da parte materna) la "forma" è quel che, degli oggetti e del mondo in genere, ci appare "di volta in volta"; dunque, tutto quanto ricade sotto la categoria della temporalità. L'"informe", invece, è "ciò che non è razionalmente definibile"; e "quell'essenza" (altrimenti detta "realtà fondamentale") delle cose che può fungere da sintesi in ogni "cambiamento": o - detto in altri termini - da "punto fermo" inconoscibile razionalmente, di quelle che egli chiama "metamorfosi": ovvero, un susseguirsi di "immagini" (di qui, l'importanza del disegno, nel suo "modus operandi") le quali restituiscono aspetti sempre parziali, ma significativi, di ciò che non sarebbe altrimenti esprimibile nella sua reale natura affatto olistica. Cosicchè, le "forme informi", volendo essere un po' altisonanti, rappresentano quasi uno sguardo sul presente (fluido, inafferrabile frontiera di separazione fra passato e futuro) gettato dell' "eternità". Ma ritorniamo, ora, all'incipit di questa breve analisi. Ebbene, chiediamoci: cos'è un sorriso? Di certo non è una "bocca che sorride"; quest'ultima, assimilabile a mera forma. Un "sorriso" è certamente qualcosa di più astratto e fondamentale: una "non-forma", appunto, nell'eccezione in cui Remo Bevilacqua intende tale termine, che - lo ripeto - sta a designare un "quid" non identificabile attraverso le mere leggi della logica, ma tuttavia indispensabile ai fini di una comprensione asaustiva del mondo, alla quale si può giungere solo attraverso i territori inesplorati dell'arte. La "forma-non forma" può essere dunque definita, in estrema sintesi, il "sorriso" che la forma lascia dietro di sè quando scompare. Bevilacqua, il quale ha già ottenuto numerosi riconoscimenti della critica che conta, sta attualmente lavorando all'allestimento di una mostra.
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