FORMINFORMALISMO: IL MANIFESTO DELL'ARTE PITTORICA DI REMO BEVILACQUA
IL FORMINFORMALISMO NELL'ARTE PITTORICA DI REMO BEVILACQUA (ED IL SORRISO DEL GATTO IN "ALICE NEL PAESE DELLE MARAVIGLIE")
In "Alice nel paese delle meraviglie", Lewis Carrol ad un certo punto descrive un gatto il quale pian piano scompare lasciando di sè visibile, per un po' di tempo ancora, soltando il "sorriso". Dopodicchè, la ragazza precipitata d'un tratto (per aver istintivamente inseguito un coniglio parlante) in un mondo dove tutte le leggi fisiche date per scontate sembrano esser stravolte, osserva fra sè e sè: "Beh! Mi è capitato spesso di vedere un gatto senza sorriso, ma un sorriso senza gatto! E' la cosa più curiosa che abbia visto in vita mia!". Ecco, penso che non esista metafora migliore di questa attinta dalla suggestiva opera del matematico-scrittore inglese dell'800 per sintetizzare l'essenza della "filosofia" che sta alla base della complessa opera di Remo Bevilacqua, pittore lucano residente a Policoro. "Forminformalismo", è il nome che egli ha voluto dare alla sua originale maniera di esprimersi, premurandosi di fissarne le basi teoriche (come si è soliti fare quando si ambisce a tentare una esegesi del mondo) in una sorta di "manifesto". Il concetto di "non-forma", inteso come "negazione assoluta della forma" non ha senso - sembra voler trasmettere Bevilacqua -; altrimenti del significato profondo dell'arte si andrebbe a perdere la parte più importante. Come dire, traslando il problema in campo filosofico, che il "non essere" è inconcebile, in quanto il solo nominarlo, oltre a far emergere un ambiguo limite lo renderebbe "qualcosa" di autocontraddittorio, che "c'è" e "non c'è" allo stesso tempo. In sintesi, per il giovene artista (e "figlio d'arte), che va a convalidare l'intuizione schopenhauriana per cui un certo genere di talento s'eredita principalmente da parte materna) la "forma" è quel che, degli oggetti e del mondo in genere, ci appare "di volta in volta"; dunque, tutto quanto ricade sotto la categoria della temporalità. L'"informe", invece, è "ciò che non è razionalmente definibile"; e "quell'essenza" (altrimenti detta "realtà fondamentale") delle cose che può fungere da sintesi in ogni "cambiamento": o - detto in altri termini - da "punto fermo" inconoscibile razionalmente, di quelle che egli chiama "metamorfosi": ovvero, un susseguirsi di "immagini" (di qui, l'importanza del disegno, nel suo "modus operandi") le quali restituiscono aspetti sempre parziali, ma significativi, di ciò che non sarebbe altrimenti esprimibile nella sua reale natura affatto olistica. Cosicchè, le "forme informi", volendo essere un po' altisonanti, rappresentano quasi uno sguardo sul presente (fluido, inafferrabile frontiera di separazione fra passato e futuro) gettato dell' "eternità". Ma ritorniamo, ora, all'incipit di questa breve analisi. Ebbene, chiediamoci: cos'è un sorriso? Di certo non è una "bocca che sorride"; quest'ultima, assimilabile a mera forma. Un "sorriso" è certamente qualcosa di più astratto e fondamentale: una "non-forma", appunto, nell'eccezione in cui Remo Bevilacqua intende tale termine, che - lo ripeto - sta a designare un "quid" non identificabile attraverso le mere leggi della logica, ma tuttavia indispensabile ai fini di una comprensione asaustiva del mondo, alla quale si può giungere solo attraverso i territori inesplorati dell'arte. La "forma-non forma" può essere dunque definita, in estrema sintesi, il "sorriso" che la forma lascia dietro di sè quando scompare. Bevilacqua, il quale ha già ottenuto numerosi riconoscimenti della critica che conta, sta attualmente lavorando all'allestimento di una mostra.